Non ero leggera neanche a 15 anni.
Della pesantezza e di come liberarsene a 33 anni.
“Non ero leggera neanche a 15 anni”.
Questa frase l’ha detta Giorgia Meloni nel febbraio 2024, dopo una sconfitta elettorale (ebbene sì, quella di domenica non è l’unica). Io e la "Giorgia nazionale" siamo distanti anni luce: a parte l’essere donne, italiane e cristiane non condividiamo altro.
Eppure questa frase mi ha colpita perché, per la prima e finora unica volta, mi sono sentita allineata al suo pensiero. Perché nemmeno io sono mai stata leggera.
Qualche giorno fa mi è apparso un post sui social che diceva: “Sono sempre stata l’adulta della situazione. È tempo di avere 12 anni”.
Dodici anni. Io non li ho mai avuti. Non conosco quella fase della vita. Non so cosa voglia dire attraversare l’adolescenza con un gruppo di amici che ti faccia da cuscinetto, quel branco necessario che ti urla che esistono altri punti di riferimento oltre alla tua famiglia. Il mio “gruppo” l’ho trovato solo da adulta; per tutta la mia teenage mi sono dovuta affidare alle persone più vicine, perché il resto del mondo era un territorio poco abitabile, un’incognita che richiedeva troppa energia per essere decifrata.
L’eterna bambina in eterno travaglio.
Oggi vorrei essere l’adulta che avrei voluto vedere nel mondo, ma mentre io attraverso il processo dell’adultità il mondo si ostina a non aspettarsi nulla da me. Se hai una disabilità, sei condannata a essere vista come un’eterna bambina.
C’è un paradosso feroce in tutto questo. Perché per costruire un progetto di vita devi fare una fatica allucinante. È quello che gli anglofoni chiamano hidden labour: un lavoro invisibile, sotterraneo, mai riconosciuto, figuriamoci retribuito. E la parola labour non è casuale: significa lavoro o fatica, certo, ma significa anche travaglio: è lo sforzo fisico ed emotivo di chi deve partorire se stessa in un mondo che non ti ha previsto. Devi sempre “educare” gli adulti che hai intorno alle tue necessità, lottare per spiegare che i tuoi desideri non sono capricci infantili, ma diritti fondamentali. È un lavoro estenuante di comunicazione e di advocacy costante.
Certo, nessuno si salva da solo e “tutto chiede salvezza”, ma se hai una disabilità la “salvezza” te la vogliono imporre. Diventi un oggetto da salvare, mai il soggetto che decide come e verso dove essere tratto in salvo. Il tuo contributo non è previsto. I tuoi desiderata non sono considerati. Sei l’adulta che deve gestire tutto questo peso emotivo, ma trattata come la bambina che non sa dove andare.
Il diritto all’ultima gioventù
So che la fase della pubertà ormai è bruciata, un’occasione persa che non posso più recuperare. Eppure, sento che mi spetta un risarcimento e per andare a prendermelo devo smettere di essere l’adulta “giudiziosa” per forza. Devo smettere di calcolare ogni singolo passo (cosa che comunque devo già fare quotidianamente per la scarsa accessibilità degli spazi) e smettere di misurare ogni parola per non tradire le aspettative altrui.
E allora, anche se non avrò indietro la fase degli ormoni impazziti, a 33 anni do vita al mio lato trash e mi concedo di apprezzare Jonathan Bailey nella sua versione migliore di Anthony Bridgerton, o Jacob Elordi che incarna l’oscurità di Heathcliff in Cime Tempestose. E ancora, guardo e condivido mille reel di Heated Rivalry non solo per portare un po’ di ossigeno in giornate segnate dai titoli di guerra, ma soprattutto perché voglio credere che l’umanità rappresentata esista davvero: uomini che non hanno paura della loro vulnerabilità e donne che non giudicano, ma supportano chi hanno intorno.
Voglio vivermi questa “ultima gioventù” senza freno a mano tirato. Non posso tornare indietro nel tempo né passare la vita pensando a quello che non è stato, ma posso decidere che i 33 siano l’età della leggerezza. L’età in cui il mio corpo, i miei pensieri e i miei desideri non debbano sempre chiedere scusa per l’ingombro. L’età in cui divento quello che sono, non come vogliono loro.
E allora tanti auguri a me e grazie Jova per la conclusione!


