Botox: atto II (e il miracolo delle Twins)
Come, grazie a ricovero andato male, ho trovato una gemella, un gruppo e il coraggio di scoprire chi sono.
Tre anni dopo il primo trattamento, ho deciso di dare una seconda possibilità al botulino1. Un altro mese estivo in un ospedale fuori provincia, nel tentativo di attivare al meglio i miei muscoli.
Se il primo round era stato un parziale successo, questo secondo atto è stato, fisicamente parlando, un flop. La fisioterapia, le iniezioni intramuscolari, lo sforzo… niente. Se dal primo ricovero ero uscita sentendomi quasi “rinata”, stavolta ne uscivo esattamente come ero entrata. E quindi ho detto basta.
Eppure, quel fallimento clinico è stato il prologo di uno dei successi umani più grandi della mia vita.
Era l’estate del 2015. Ricordo ancora la sala relax dell’ospedale bardata a festa con bandierine colorate e la pizzata per festeggiare il 15 agosto. Un clima da Braccialetti Rossi, con quel mix di malinconia e resistenza che solo chi condivide un reparto ospedaliero conosce.
È lì che ho incontrato la mia Gemella, Vanessa — per molti Vane, per me Geme (o Twin quando vogliamo sentirci internazionali). Non chiedetemi come, nel giro di due giorni, siamo passate dal “piacere di conoscerti” al considerarci gemelle, nonostante i 13 anni di differenza e la diversa manifestazione della stessa diagnosi sui nostri corpi. Quel soprannome, nato quasi per gioco, era una profezia.
Siamo sincronizzate in un modo che ha dello scientifico. Due esempi? Ultimamente ci siamo ritrovate a combattere contemporaneamente per l’accessibilità dei nostri uffici e, come se non bastasse, ci è spuntato lo stesso identico problemino dermatologico nello stesso momento.
Siamo la dimostrazione vivente che i legami di sangue sono solo una delle tante opzioni. E siamo diverse, certo. Lei è l’avventuriera, io quella che preferisce le pantofole (per la verità i calzini antiscivolo, ché ciabatte e pantofole non riesco a calzarle); io sono la diplomatica che cerca la mediazione, lei quella che non te le manda a dire. Eppure, molta della forza che oggi metto nelle mie piccole o grandi lotte quotidiane me l’ha trasmessa lei. Per osmosi, tramite telefonate fiume interrotte solo dai crampi allo stomaco per quanto ridiamo.
È stata la mia Geme, nel 2017, a trascinarmi a Lourdes. Ci ero stata da piccolissima e ne ero uscita traumatizzata: conservavo il ricordo di una vasca d’acqua gelata in cui mi avevano gettata senza troppi complimenti. Ma con lei era diverso. Volevo tornarci e rivivere l’esperienza dell’immersione con una consapevolezza nuova.
Proprio a Lourdes è successo un altro incontro del destino: ho conosciuto la persona che, due anni dopo, mi avrebbe assistita e sostenuta nell’esperienza più trasformativa della mia vita: il Cammino di Santiago.
È stata ancora una volta Vanessa a lanciarmi la sfida. È un viaggio che abbiamo vissuto insieme e che ha fatto esplodere il nostro rapporto di “gemellanza” allargandolo a un intero gruppo2. Un’esperienza che meriterebbe un libro intero, ma che ho già raccontato molto e che ora preferisco custodire un po’.
Ancora oggi, a distanza di sette anni, il gruppo del Cammino è la mia rete più solida, anche se ci separano chilometri e spesso non ci vediamo per mesi. Con loro condivido le gioie più esplosive e i dolori più bui, sapendo di poter essere sempre me stessa al 100%.
Nella scorsa newsletter scrivevo che esistono tanti modi di generare oltre alla genitorialità. Oggi mi rendo conto che è stato proprio questo gruppo — che già esisteva e che mi ha spalancato le braccia — ad aiutarmi a scoprire chi sono davvero e a trovare la mia dimensione.
Perché le relazioni non sono neutre. Non sono semplicemente presenze di contorno nelle nostre vite: sono forze che ci modellano. Alcune ci incoraggiano a espanderci, a rischiare, a occupare spazio. Altre, spesso senza cattiveria, ci tengono in una versione più piccola di noi stesse, perché quella è più prevedibile, più rassicurante, più facile da gestire.
Crescere, allora, non significa solo lavorare su di sé. Significa anche interrogarsi su chi abbiamo accanto. Chiedersi se le persone che ci circondano stanno nutrendo la nostra evoluzione oppure, magari involontariamente, la stanno trattenendo.
Io ho avuto la fortuna di incontrare persone che non mi chiedono di essere più semplice, più comoda o meno ingombrante, ma che mi permettono di diventare più vera. E forse è proprio qui che nasce la mia capacità di generare qualcosa di buono: non da un atto solitario, ma dall’essere parte di una rete che non condivide il DNA, ma la stessa ostinata volontà di abitare il mondo alle proprie condizioni.
Alla fine, crescere non significa diventare autosufficienti. Significa trovare le persone giuste con cui essere interdipendenti.
Per questo, se posso lasciarvi un invito, è questo: guardatevi attorno e chiedetevi chi vi fa sentire più larghi, non più stretti. Chi vi aiuta a immaginare possibilità nuove invece di ancorarvi al presente, o peggio ancora, riportarvi al passato.. E se quella rete non c’è ancora, iniziate a costruirla. A volte basta una persona sola per cambiare la direzione di una vita.
Io ho trovato la mia. Vi auguro di trovare — o riconoscere — la vostra.
Clicca sul link per seguire le avventure del CAI Gavardo e del Sentiero di Cinzia (qui per Instagram).


