Contro le traiettorie obbligate
Riflessioni sulla genitorialità dalla mia storia personale al "calendario di Stato" francese
L’estate dei miei vent’anni l’ho trascorsa in gran parte in ospedale per sottopormi a un trattamento della spasticità muscolare consistente in iniezioni di botulino. Sì, proprio quello delle rughe: solo che invece di promettere eterna giovinezza serviva a convincere i miei muscoli a collaborare un po’ di più. Non ha funzionato un granché; ciò nonostante conservo un ricordo positivo di quell’esperienza.
Per la prima volta, in ambito sanitario, ero io a decidere per me stessa, senza che i miei genitori venissero consultati prima o avessero voce in capitolo. Il momento che ricordo più nitidamente è quello delle dimissioni. La fisiatra che mi seguiva — una, se non l’unica figura sanitaria in cui abbia sempre riposto totale fiducia — mi consegnò la cartella clinica e, salutandomi, mi disse con molta chiarezza che per me sarebbe stato sconsigliabile sostenere una gravidanza: la conformazione del mio bacino l’avrebbe resa rischiosa per me e per il feto, anche perché difficilmente il mio corpo avrebbe retto l’aumento di peso.
Avevo vent’anni, ero al primo anno di università e la mia testa era altrove: libri, esami (proprio nei giorni di ricovero ho ricevuto l’esito del test di economia politica: il 18 più glorioso della storia!) e il futuro ancora tutto da costruire. La maternità non era nemmeno lontanamente nei miei pensieri.
Ero ancora giovane certo, ma sicuramente anche già influenzata dalla percezione che le altre persone avevano di me. Se sei una persona disabile, difficilmente la società ti immagina in un ruolo genitoriale, anzi, ti vede come un essere asessuato, eterna bambina. E così, la prospettiva della maternità (o paternità) non fa parte del tuo orizzonte.
Quell’informazione non arrivò dunque come uno shock, ma quasi come una constatazione. Solo un’altra differenza da aggiungere alle altre.
Avrei desiderato gravidanze se avessi avuto un corpo diverso? Penso proprio di no. Non sono portata per i ruoli educativi e l’idea di avere la responsabilità totale della vita di un’altra persona per almeno diciotto anni non mi ha mai attirata particolarmente. Eppure, quell’informazione medica ricevuta a vent’anni ha agito come un filtro invisibile, influenzando profondamente il mio modo di rapportarmi alle altre persone, specialmente nelle relazioni affettive.
Se oggi immagino un partner — e i condizionamenti sociali mi portano a credere che sia ormai “fuori tempo massimo” anche solo per sperarci — vedo uno sbilanciamento difficile da ignorare. Significherebbe invitare qualcuno in una quotidianità dove la cura di cui avrei bisogno io sarebbe largamente superiore a quella che potrei restituire. E, come se non bastasse, dovrei chiedergli di accettare una vita senza figlie1.
Mi rendo conto di percepire tutto questo come una richiesta enorme, quasi un sacrificio inaccettabile che imporrei all’altro, solo perché sono cresciuta immersa nell’idea che una donna, per essere pienamente tale e per completare una coppia, debba necessariamente garantire una discendenza. È il senso di colpa di chi sente di non poter offrire il “pacchetto completo” previsto dal modulo sociale, come se la mia compagnia, da sola, non potesse bastare a riempire un’esistenza.
In questi giorni ho letto della decisione del governo francese di inviare una lettera a chi compie 29 anni, con informazioni sulla fertilità, sui limiti biologici dell’età e sulle possibilità di preservare la capacità riproduttiva2. L’intenzione dichiarata è favorire scelte consapevoli, in un contesto di calo delle nascite e aumento dell’infertilità.
Informare è giusto, ma una lettera standardizzata ignora la realtà di chi la riceve. Tra chi riceverà la missiva ci saranno sicuramente persone che non possono avere figlie per motivi biologici, persone che hanno scelto consapevolmente di non averne, persone che le desidererebbero, ma non possono permetterselo perché vivono nell’instabilità economica o relazionale. Mi chiedo come si sentiranno al vedersi recapitato un promemoria burocratico che trasforma il corpo in una statistica demografica e i desideri in una scadenza amministrativa.
Scegliere un’età per “ricordare” la fertilità trasforma un dato medico in un peso culturale. Io, a vent’anni, ho ricevuto un’informazione sul mio corpo. Era concreta, privata, medica. Non mi diceva cosa dovessi fare, ma solo quali limiti avrei dovuto considerare. Forse è qui la differenza: informare significa dare strumenti a un individuo; stabilire un calendario collettivo significa invece dire che chi non segue quel percorso è, in qualche modo, inadeguato e fuori tempo.
Le vite non seguono tutte lo stesso binario. C’è chi non ricopre un ruolo genitoriale, ma genera in altri modi: relazioni, comunità, progetti, cura. Il futuro di una società non si costruisce ricordando alle persone quando e come avere figlie, ma creando le condizioni perché possano scegliere liberamente se e quando averne. Senza traiettorie obbligate.3
Uso il femminile plurale per scelta femminista e per evitare asterischi (*). e schwa (ə) che renderebbero il testo inaccessibile a chi usa screenreader.
Sul tema consiglio sempre D. Carelli, Io madre mai, 2024. Ne ho già scritto qui:



Aaaah, sono d'accordo con te! La lettera del governo francese è una scelta davvero di cattivo gusto... Sono sicura che chi ne ha avuto la possibilità, ha già avuto figli. Chi non l'ha fatto può avere fatto una scelta specifica, quindi non è interessato alla lettera, oppure magari invece sta vivendo una grande sofferenza perché le condizioni della sua vita non glielo hanno permesso, ma sicuramente ha un'idea assolutamente precisa di che ora segni il suo orologio biologico! Non c'è certo bisogno di ricordarglielo ! E comunque avere figli deve essere, a mio parere, una scelta assolutamente voluta, perché ti espone a un grande cambiamento di vita, pieno di variabili, e il fatto di avere alle spalle una volontà precisa è la base perché tutto l'impianto stia in piedi !!
Un bacio 😘!
Chiara, abbiamo vissuto storie diverse (come credo accada per qualsiasi combinazione di persone che si incontrano), ma in qualche modo simili. A me è stato detto che il mio corpo avrebbe avuto difficoltà abnormi a concepire, poi, all'improvviso e dopo anni di cure "Ehi Giovà, se vuoi fare un figlio, questo è il momento giusto" (il mio ginecologo è un tipo amichevole). In entrambi i casi, sono stata fortunata a riceverla come una comunicazione sanitaria e null'altro. A non percepire né dal mio compagno e poi marito né da amici, parenti & co. la pressione verso una o l'altra scelta. Non vorrei mai ricevere quella lettera, che può essere messa un po' come vuoi ma in fondo è un promemoria: Ciccia, non stai facendo il tuo dovere per la Patria. Ci sarebbero stati tanti altri modi per informare e invitare a una scelta consapevole, senza questa vera e propria violazione dello spazio privato (che può essere anche condiviso con genitori, coinquiline, persone con cui non si vuole parlare della lettera che hai ricevuto da Macron!)