Ser soltera
Di come si può (si deve) fare vuoto per fare spazio
Quando ho aperto la newsletter di Carmen Pupo1 un paio di giorni fa, non sapevo nemmeno chi fosse Leonardo de Andreis. Non avevo mai sentito la sua canzone, Soltero, e l’ho recuperata, incuriosita dalle parole di Carmen e sì, ovviamente anche dal titolo in spagnolo (chi mi conosce sa quanto ami la pensisola iberica!).
Sulla questione della disabilità dell’autore, di come questa condizione possa aver influenzato o distorto la percezione del suo successo, rimando totalmente citata newsletter che condivido parola per parola.
Quello che è successo a me, ascoltando quel brano, è stato un riconoscimento più intimo, quasi un urto.
Sempre piaciuto aiutare gli altri
Non chiedermi di fare amicizia
Credo sia un po' fittizia
Che nasconda sempre un po' di furbizia
Primizia di una tossica e spietata malizia
Così canta Leonardo. Ed io non posso far altro che riconoscermi nelle sue parole. ll problema della tossicità è che raramente si presenta con il volto scoperto. Per imparare a stanarla bisogna fare un lavoro sfiancante. Spesso si traveste da premura, da “ lo dico per il tuo bene”, da una vicinanza che però senti sempre un po’ forzata, come se l’altra persona stesse recitando una parte.
Io sono una “pesantona”, una di quelle che scava, che analizza, che non si accontenta delle risposte di superficie. E proprio questa mia pesantezza mi ha portata a capire che liberarsi di certi legami è un atto di cura verso se stesse: significa strappare via pezzi di abitudini e accettare il vuoto come unica alternativa dignitosa alla finzione.
Essere una persona con disabilità aggiunge uno strato di complessità: il mondo si aspetta che tu sia grata per ogni briciola di attenzione, che tu accetti qualsiasi compromesso pur di non restare isolata. Ma la tossicità di un affetto non sincero è molto più limitante di qualsiasi barriera fisica. Per questo, proprio come dice la canzone, l’asocialità smette di essere un limite e diventa una forma di armonia. Una zona di protezione necessaria contro chi si avvicina per furbizia, per noia o per una malizia spietata.
Ho deciso di intitolare questa riflessione “ Ser soltera”, forzando la grammatica spagnola. Gli spagnoli userebbero il verbo estar (estar soltero/a): sono romantici, vogliono rendere l’idea di qualcosa di transitorio, di un’attesa, di una mancanza temporanea. Io però scelgo il verbo ser, che definisce l’essenza, l’identità profonda.
Rivendicare il mio ser soltera è una dichiarazione di indipendenza emotiva. Guardo avanti, consapevole che il mio modo di stare in relazione passa da un filtro severo che non accetta più sconti. Forse è questo il vero senso di quel “dico la mia” che Leonardo rivendica: riappropriarsi del proprio spazio, anche se questo spazio sembra deserto agli occhi altrui. In realtà è solo più pulito, finalmente libero dal peso di dover compiacere chi non ha mai saputo offrire un affetto sincero. E pronto ad accogliere chi invece ne è capace.
Ti è mai capitato di accorgerti che un legame ti stava togliendo energia invece di dartene? E quanto tempo ci hai messo a dirti che potevi andartene? Se ti va, rispondi a questa mail e raccontami la tua “soltería”.



