Scusate, ma devo chiudere il capitolo Sanremo.
Flusso di pensieri sulla fragilità.
Nella mia newsletter EXTRA sulla narrazione della disabilità1 al Festival di Sanremo ho scritto di una cosa che mi è stata inculcata molto presto: la logica del “non mollare mai”. Una logica che parte da un presupposto tossico: hai una disabilità, quindi sei debole. E proprio per questo devi farcela sempre. In qualunque modo.
Sei debole, ma non devi mostrarti debole.
Potrei citarvi Paolo di Tarso: “Quando sono debole, è allora che sono forte.2”
Non vi farò un’analisi teologica, anche perché non ne sarei in grado. Sappiate però che, senza voler mescolare religioni, per me quella frase funziona come un mantra perché ci leggo un’ode alla fragilità, ergo all’umanità.
Il problema è che la nostra società non sa cosa farsene della fragilità. La considera un difetto. Un bug di sistema. Ed io mi sento sempre più “fuori sistema”.
Ricordo di essere stata definita “fragile” perfino in una situazione di enorme sforzo fisico. Perché la nostra società è anche sempre molto coerente, no? Non ti permette di essere fragile, ma se ti appiccica quell’etichetta allora non provare a togliertela!
In questi giorni, complice ancora Sanremo, mi pongo una domanda scomoda:
e se la narrazione eroica della disabilità fosse solo una forma neanche troppo velata di pietismo?
Ti esalto come una figura eroica perché, in fondo, mi fai pena.
Ti applaudo perché “nonostante tutto” fai cose (che siano ordinarie, come alzarti la mattina e andare a lavorare, o straordinarie come vincere un oro alle paralimpiadi).
Ti celebro perché parti svantaggiata.
Traduzione brutale: sei una che dalla vita non ha avuto niente. Una sfigata in partenza.
Da adolescente una delle mie serie preferite era Glee. Sono una fan del musical da quando mia sorella mi ha regalato il DVD di Grease. Ed ero alle elementari. Ho capito molti anni dopo che non è un film molto educativo per un’ infante, ma fatto sta che mi ha fatto appassionare al genere e a tutt’oggi è il mio preferito.
Glee però è stata la prima serie tv in cui mi sono veramente riconosciuta. E non solo perché c’era un personaggio in carrozzina (interpretato da attore non disabile, peccato!), ma perché ero già consapevole di essere una loser e avrei tanto voluto un gruppo di losers attorno a me per rivendicare insieme la nostra identità.
Oggi come allora non voglio essere un esempio. Non voglio essere “quella forte”. Voglio poter essere fragile senza che questo sminuisca la mia persona.
Voglio poter mollare senza che le altre persone pensino che stia male o che mi fa schifo la vita.
La fragilità non va nascosta, non va corretta.
Va raccontata e abbracciata.
2Cor 12, 10



Non sei tu a essere “fuori del sistema” è il mondo che spesso presenta barriere (fisiche o mentali) che ti impediscono di partecipare pienamente. Tutto quello che può essere diverso non viene accolto e questo per me on è niente altro che una chiusura mentale!! “Fragile” è l’altro che non ha voglia di aprirsi al mondo! 😘