ReLOVEution
Rivendicare il diritto di andare al proprio ritmo è l’unico modo che abbiamo per non lasciarci schiacciare dalla società della performance.

Qualche giorno fa ho sentito una persona impegnata nel sociale pronunciare una frase che mi è rimasta impressa e mi ha fatto molto riflettere. Parlava del post-Covid e, con una certa dose di orgoglio, ha detto: “La pandemia ci ha insegnato la performance e la velocità”. Come se fosse una conquista! Come se la capacità di correre più forte, di produrre di più in meno tempo e di performare anche sotto pressione fossero dei validi princìpi guida.
Lì per lì sono rimasta in silenzio (mai una volta che reagisca subito, sempre un passo indietro, eh Chiara?!?), ma ho sentito un nodo stringersi alla gola. Davvero abbiamo ridotto la nostra capacità di superare un trauma collettivo a una gara di velocità? Come si può pensare che “performance” e “velocità” siano dei valori, in particolare in quei contesti che hanno a che fare con la cura, con la fragilità e con la vita delle persone?
In questi giorni si chiude il Disability Pride Month, un mese nato per rivendicare visibilità, diritti e orgoglio delle persone disabili. Mi sembra il momento giusto per chiedersi come si possa celebrare l’orgoglio quando la società in cui viviamo continua a misurare il nostro valore in base a quanto velocemente riusciamo a produrre.
In questa cultura dell’efficienza a ogni costo, le persone disabili che lavorano vengono trattate da “privilegiate”. È la trappola di un binarismo feroce e funzionale al sistema: o siamo soggetti passivi da assistere, o siamo ingranaggi produttivi che non devono chiedere nulla. Le sfumature non sono previste e i nostri bisogni vengono cancellati non appena entriamo nel mercato del lavoro. Lavoro che dovrebbe essere strumento di emancipazione e invece si trasforma in una duplice barriera. Burocratica, perché l’impiego ci esclude dall’accesso ai progetti per la vita indipendente, come se il fatto di produrre azzerasse le nostre esigenze corporee ed esistenziali. Mentale, perché la narrazione del “privilegio” tenta di colpevolizzarci, di toglierci voce e di limitare la alternative a nostra disposizione.
C’è una tensione costante tra ciò che siamo e ciò che la società esige da noi, ma pretendere che i nostri ritmi, i nostri corpi e le nostre necessità vengano rispettati non è una concessione: è un diritto. Così come non sono concessioni le entrate accessibili nelle chiese, le sedie e i tavoli normali nei bar al posto dei soliti sgabelli esclusivi, o gli ascensori funzionanti in ogni edificio pubblico. Ogni barriera architettonica e culturale non è un ritardo casuale: è una scelta politica di esclusione.
Se vogliamo che il Disability Pride Month sia uno strumento di trasformazione e non una passerella simbolica per pulirsi la coscienza, dobbiamo pretendere un cambio radicale di prospettiva.
Niente che ci riguarda deve essere deciso senza di noi. L’accessibilità non deve essere un optional, ma il criterio base della progettazione dello spazio pubblico, del lavoro, dei servizi e della cultura.
E noi dobbiamo smettere di giustificare la nostra esistenza e i nostri corpi. Non è solo una questione di self-love, è un’azione politica collettiva. Quando oggi occupiamo spazio e pretendiamo diritti, stiamo preparando il terreno per chi verrà domani, risparmiando alle prossime generazioni i rodimenti di fegato che ci è toccato sorbire. In una società che esalta chi non si ferma mai, tutelare la nostra salute, reclamare i nostri ritmi e pretendere spazi accessibili è un atto di di resistenza al mito della performance.
La prossima volta che sentirete qualcuno elogiare la “velocità” e la “performance” come un traguardo, NON fate come me, NON state in silenzio, ma chiedetegli (e chiedetevi): Chi stiamo decidendo di lasciare indietro per correre così forte? E soprattutto, verso dove stiamo correndo?
Forse, la vera rivoluzione sta proprio nel rivendicare, con tutta la forza che abbiamo, il diritto di andare al nostro ritmo. Una vera e propria “reLOVEution”.
Da oggi, con il suo permesso, copio parte dell’idea di Giovanna Errore e al termine della newsletter mensile condivido con voi i libri che ho letto, valutandoli, secondo il mio gusto, da una a cinque stelline. Chissà che possano essere buoni consigli per il relax di agosto sotto l’ombrellone…
A agosto ho letto:
Fatti una vita, Chloe Brown - T. Hibbert ⭐️⭐️⭐️
E venne chiamata due cuori - M. Morgan ⭐️⭐️⭐️
Gli anni in bianco e nero - F. Giannone ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️

