Privilegio e disabilità: quando passi (e ti lasci passare) per poverina, ma non lo sei.
E buon non compleanno a me!
Qualche tempo fa avevo condiviso la newsletter1 di Giovanna Errore scrivendo: “Quando tornerò a percepire questo spazio come ‘safe’ o meglio, quando troverò il coraggio di farlo tornare ad essere uno spazio safe, scriverò un pezzo collegato a questa preziosa riflessione. E si intitolerà ‘Privilegio e disabilità: quando passi per poverina, ma non lo sei’”. Non credo di percepire questo spazio come completamente sicuro, ma da qualche parte bisogna pur ricominciare. E nel giorno del mio non-compleanno ci provo: non soffio sulle candeline, ma faccio un bel respiro e torno a scrivere.
Oggi è il mio non-compleanno perché sarebbe stata la data prevista del parto, anticipato poi di due mesi. Riassunto della mia nascita: venuta al mondo in una data tutta divisibile per tre (il numero perfetto), ma con una disabilità.
Sarà che in questo periodo ho letto libri e visto serie tv solo in inglese (a parte i primi due episodi della prima stagione di La legge di Lidia Poët che, scusa Matilda De Angelis, ero convinta fosse in inglese pure quella), ma penso che gli amici anglofoni abbiano proprio ragione a usare il termine disabled. Disabilitata. Nessuna persona con disabilità percepirebbe la propria condizione come uno svantaggio se la società non fosse stata costruita appositamente per fartela percepire come tale.
Io mi sono accorta di questo, e di quanto ancora debba lavorare sul mio abilismo interiorizzato, proprio realizzando la mia condizione di privilegio.
Andiamo con ordine. L’abilismo interiorizzato consiste, senza scendere in troppi dettagli scientifici, nell’auto-discriminazione: è la persona disabile che si autopercepisce come “poverina”, incapace, o che, come è accaduto a me recentemente, quando raggiunge un risultato o riceve un complimento, sviluppa una paranoia: la convinzione che quel traguardo sia condizionato e “regalato” dalla sua disabilità.
Prima di decidere di scrivere questo pezzo ho riletto le precedenti newsletter e mi sono imbattuta nel racconto di più esperienze che, seppur positive, hanno dato adito all’esplosione di paranoie.
L’università: al primo anno ho preso 18 all’esame di economia politica. Un esame svolto avvertendo il professore che non avrei eseguito gli esercizi pratici (provateci voi a fare proiezioni e disegni geometrici senza la percezione della profondità). Quel “glorioso 18” era obiettivo perché il resto dell’esame lo meritava, o il professore mi ha promossa per pietà?
Il Cammino di Santiago: è stato raccontato sui social e la gente ancora oggi mi ferma per strada ricordandosi di me per quei racconti. Era una narrazione ottimale o la gente è caduta nel pieno dell’inspiration porn, fissandosi su due persone disabili che facevano qualcosa fuori dall’ordinario?
Da ultimo, pochi giorni fa gli esiti delle elezioni amministrative del mio vecchio paesello mi vedono come persona con più preferenze della mia lista. Il mio primo pensiero è stato: è successo perché ho proposto una visione alternativa e attiva della disabilità, o solo perché la gente mi ha votata per la disabilità in sé?
Questi pensieri sono il frutto tossico dell’abilismo interiorizzato, ma sono fortunata, anzi no, sono privilegiata. Perché nella fortuna non ci credo, ma riconosco che avere gli strumenti per poter riconoscere questo fenomeno insidioso, sia un grande privilegio. Strumenti che derivano dalla possibilità di studiare e dall’avere attorno a me persone (alcune lontane fisicamente, ma spesso molto più vicine di chi mi siede accanto) capaci di tenermi in riga e farmi ragionare. E posso comunicare, aprire spazi di confronto, esattamente come sto facendo scrivendo queste righe.
Forse, col tempo, ho finito con l’esaurirmi nella disabilità. Di sicuro è la caratteristica che mi ha spinta a voler valorizzare le differenze, ma devo convincermi che fare parte di una minoranza non significa “essere meno”, come mi ripete la mia psicologa e che non devo ricondurre tutto alla disabilità.
Anche altri miei privilegi privilegi concreti, come avere una casa di proprietà e due titoli universitari all'attivo, in qualche modo derivano da tutele nate proprio perché sono una persona disabilitata dalla società, ma guardare indietro alla matrice con eccessivo senso critico non ha senso. Ha senso, invece, sfruttare questi privilegi per vivere una vita piena. Nelle minoranze e per le minoranze, ma pure per la soddisfazione dei miei desideri. E allora forse, sulle candeline ci soffio comunque.



