10 anni fa ad ottobre iniziavo in seminario il gruppo Samuele, uno spazio di discernimento vocazionale per giovani; negli stessi giorni veniva inaugurato nel mio allora paese di residenza il nuovo oratorio (sostanzialmente si trattava di una ristrutturazione, ma io che al tempo ero una brava cristiana — si era già capito dal gruppo di discernimento vocazionale, vero? — e lo frequentavo tanto quanto l’università, l’ho festeggiato alla grande). L’anno dopo è stato il turno della laurea, 5 anni fa il trasloco in città e tante altre cose sono successe nel mentre e dopo. Tutti cambiamenti ottobrini che mi hanno portato ad essere la persona che sono oggi e soprattutto ad imparare ad amarmi.
Ma c’è un’altra cosa che mi ha aiutato tanto nel raggiungimento di questo ambizioso obiettivo ed è il percorso di psicoterapia intrapreso nel 2023 in modalità online tramite Serenis. Si è trattato del mio terzo percorso di terapia, ma indubbiamente è stato il più intenso. Ed è questa la prima grande novità che ottobre 2026 porta con sé: ho deciso di chiuderlo.
In questi tre anni io e la terapeuta abbiamo attraversato quasi tutte le stanze della mia vita: il lavoro, l’affettività, la famiglia, le relazioni sociali, l’autodeterminazione. E nello scandagliare questi temi abbiamo capito che il denominatore comune è la disabilità, presente in tutti gli aspetti dell’esistenza.
Guardando indietro, ci sono parole ed esperienze del percorso che sono diventate veri e propri punti di svolta nella percezione che ho di me stessa. Alcuni li ho già narrati anche in questa newsletter, ma mi piace riprenderli, sperando che qualcuno possa riconoscersi.
La prima è una frase che la terapeuta mi ha detto e mi è rimasta fortemente impressa: “Far parte di una minoranza non significa essere da meno”.
Sembra una riflessione semplice, ma per me ha ribaltato il piano della narrazione. Mi ha permesso di riscoprirmi come persona disabilitata (ehi, non ti dimenticare di leggere fino in fondo, che questa parola torna nei consigli di lettura del mese), spostando il peso e la responsabilità dal mio corpo e dalla mia condizione alla società. La disabilità non è un difetto individuale, ma il risultato di un contesto che non è pensato per accogliere la pluralità dei corpi e dei tempi di ciascuno.
Un altro momento fondamentale è stato paradossalmente “clinico”: la stesura di una relazione da presentare al medico del lavoro. È a tutt’oggi il documento di stampo sanitario in cui mi riconosco di più. Mi ha fatto capire che persino l’approccio medico, se orientato alla tutela della persona e non alla sua sola produttività, può essere uno strumento di emancipazione. Può servire a farti riconoscere come portatrice di interessi, con diritti e bisogni specifici, e non come un semplice oggetto da riparare o far funzionare al meglio per la macchina lavorativa.
Infine, la cura. Tra i diversi approcci che ho sperimentato durante il percorso spicca la mindfulness. Per la prima volta mi è stato offerto qualcosa che non aveva lo scopo di “curarmi” o “riabilitarmi” in senso stretto, ma semplicemente di farmi stare bene. Di farmi stare nel presente.
Chiudere un percorso terapeutico non significa aver risolto tutto o essere diventate persone perfette. Significa semplicemente riconoscere di avere acquisito gli strumenti per affrontare la realtà e per riparare le crepe quando si presenteranno.
Ottobre continua a essere il mio mese di svolta, ma oggi guardo con fiducia ed entusiasmo anche a novembre, dicembre… al tempo che verrà.
A ottobre ho letto:
Circe - M. Miller ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️
L’ora esatta della felicità - D. Meserve ⭐️⭐️⭐️
Sulla disabilitazione, Introduzione ai Disability Studies - E. Valtellina (a cura di) ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️


