Lo so, di corpi ho già scritto tante volte, troppe, al punto che mi chiedo pure che cavolo continui a scrivere a fare. La questione Manila Esposito, il corpo “non conforme” e la medaglia d’oro mi ha fatto venire voglia di lasciarvi anche questa volta i miei 2 cents1. 2 cents che al solito verranno letti da quelle tre o quattro povere anime che continuano a seguirmi e a dirmi che ha ancora senso che io scriva qui, che non me la canto e me la suono da sola, ma che lascio sempre qualche spunto di riflessione.
Mi fido di loro e vado avanti, anche se da persona con disabilità che non pratica sport so di dover scartare in partenza quasi ogni possibilità di essere presa in considerazione: perché nel racconto collettivo o sei un paralimpico che splende e allora “wow, che eroe”, oppure non sei nessuno. Lo so che ho già scritto tanto anche su questa retorica disabilità-atleta, così come so di aver già scritto la cosa che sto per dirvi. È proprio per questo che ogni volta mi domando se abbia davvero senso pubblicare questi articoli, al di là dello scopo terapeutico che possono avere per la sottoscritta. Comunque...
Io non ho mai avuto problemi a esporre il mio corpo. Dove per “esporre” intendo semplicemente farlo vivere in mezzo agli altri, in un contesto sociale adatto alla mia età. Tuttavia, ho da sempre la consapevolezza che per la società sia un problema il fatto che io lo esponga. Non c’è volta in cui non mi senta addosso lo sguardo a raggi X di qualche tecnico radiologo improvvisato che cerca di capire cosa mi sia successo. E va bene se avete cinque anni come mia nipote che mi chiede se ho sempre camminato col bastone, e allora le racconto che all’asilo avevo il carrellino (tecnicamente deambulatore), poi i quadripodi, poi le stampelle (no, non mi ero rotta niente e le ho tenute poco perché mi sbucciavano la pelle tra il pollice e l’indice). Se però avete finito le elementari da un pezzo, potete anche capirlo da soli che non sono un caso di studio e che non vi devo giustificare né perché la mia andatura sia, anche da sobria, alla povero vecchio zio Reginaldo (altro esempio che ho fatto a mia nipote, perché so anche essere divertente e se non sapete chi sia vi consiglio di colmare questa lacuna) né perché ogni tanto vada in giro seduta.
Oltretutto vi svelo un segreto: se vostro figlio o vostra figlia è ancora nell’età della scuola elementare ed è incuriosito da me, mi osserva e vi chiede spiegazioni, non allontanatelo come se non aveste la sua stessa curiosità o come se il suo sguardo fosse più inopportuno del vostro. Basta rispondere: “È una persona con disabilità”. Le domande che seguiranno vi aiuteranno ad aprire anche la vostra, di prospettiva.
Ma torniamo a Manila Esposito. Una ragazza di neanche vent’anni che fa qualcosa di incredibile, che passa una vita a fare sacrifici, sale sulla pedana (si chiama così, vero?), vince un oro e la gente che fa? Guarda le cosce e le commenta pure. Critica un corpo che ha appena fatto al meglio quello che doveva fare in quel momento, solo perché non rientra nel classico stampino estetico che ci hanno insegnato a considerare come modello.
La cosa assurda è che continuiamo a cascarci. Ci dicono sempre che il corpo è il nostro tempio, ma poi pretendiamo comunque che sia una vetrina. Se un corpo fa cose straordinarie non basta: deve pure essere “bello” secondo certi parametri, altrimenti fa strano, fa discutere, diventa “non conforme”. Ma non conforme a cosa, poi? A chi decide come deve essere fatta un’atleta vincente?
Il succo è che non siamo capaci di apprezzare un corpo per quello che è: uno strumento necessario per vivere, per occupare uno spazio, per entrare in relazione. Non per far stare comodi gli occhi di chi guarda. Nemmeno una medaglia d’oro riesce a evitare inutili e discriminatori commenti su una diversità fisica, che nel racconto degli altri rimane sempre e comunque un difetto da giustificare o un dettaglio stonato da commentare. Se non rientri nell’estetica che piace alla massa, puoi anche prenderti il mondo, ma sarai sempre un corpo che rompe le scatole allo scenografo.
E allora mi chiedo: quanto tempo dobbiamo ancora perdere a giustificare la nostra presenza, invece di occupare e basta il posto che ci spetta? Quanti altri 2 cents dovrò scrivere? E quali sono i vostri 2 cents in merito?
Dalla scorsa newsletter ho iniziato a condividere le mie letture (se la recuperate, ovviamente sono quelle di luglio, non di agosto!). Ecco qui quelle di agosto:
Il giardino dei Finzi-Contini - G. Bassani ⭐️⭐️
Quel posto che chiami casa - E. Galliano ⭐️⭐️⭐️⭐️
The Deal - E. Kennedy ⭐️ - primo libro della saga da cui è tratta la serie Off Campus. Altri 2 cents: a me sembra che delle storie romance a tema hockey riescano molto meglio le trasposizioni, specie se c’è la quota queer.
Ed è un poco la notte e un poco la notte e un poco l’alba - I. Tuti ⭐️⭐️
Menzione speciale per La Via Francigena di Angiolino - Diario particolare - S. Labianca ❤️
Con l’espressione “my two cents” - “i miei due centesimi” si intende l’opinione espressa da una persona su un determinato argomento, spesso senza che tale opinione sia stata richiesta.



Come sempre, sottoscrivo tuttecose. Ti rinnovo anche il consiglio di seguire Bryony Claire su YouTube, perché parla spessissimo dei temi che ci interessano e lo fa con grande intelligenza e dati alla mano. Bacio :*