EXTRA: Perché Sanremo è Sanremo... e un dito nella piaga.
Con la disabilità il festival non ce la fa.
Stanotte non ho dormito bene. Non una grande novità, ma diversa è stata la causa.
Sono andata a letto dopo lo spezzone della terza serata del Festival di Sanremo in cui è intervenuto Paolo.
E niente, mi è rimasto addosso.
Sì, è un festival noioso — su questo siamo tutte d’accordo.
Ma è anche un festival disabilista, discriminatorio nei confronti della disabilità, e pure più del solito.
Ogni anno la Rai si dimentica di avere una Disability Manager preparatissima e manda in vacca l’occasione di parlare bene di disabilità.
Ma analizziamo cosa è accaduto nelle ultime due serate (Carlo, basta eh, la serata “Cover” è da sempre la mia preferita, non pensarci neanche a rovinarmela!).
Il coro di ANFFAS presentato come parentesi edificante, come se bastasse mettere persone con disabilità intellettiva o relazionale su un palco per promuovere la cultura dell’inclusione (sapete che preferisco parlare di valorizzazione delle differenze, ma è per capirci).
Poi, a distanza di pochi minuti, l’atleta paralimpica a cui si chiede se si è allenata tanto.
No guarda, si è qualificata grattandosi la pancia tutto il giorno, che del resto cos’altro può fare una persona in carrozzina, giusto?
E poi Giovanni Malagò — Malagò raga, non lo zio Peppino — che parla di “battaglie”, riproponendo quella retorica stanca del supereroe che combatte contro la propria disgrazia.
Ma il peggio deve ancora venire. E arriva ieri sera con la storia di Paolo.
Disabilità sopravvenuta dopo una violenta aggressione per futili motivi.
La carrozzina trasformata in metafora di prigionia. Madre e sorella che parlano per lui, fuori campo. A lui resta il ruolo dell’intrattenitore e poi, inevitabile, il solito invito:
non mollare.
La risposta passa per iconica, ma non lo è, gente.
Non so come funzioni la censura su Substack, ma diciamo che il buon Paolo ha chiosato con un “col piffero!”, invocando però il suo membro.
Momento liberatorio, certo. Momento che spezza la noia TOTAL del festival, forse.
Ma dentro c’è anche l’altra faccia dell’abilismo: quello interiorizzato.
Perché Paolé, ascolta la zia, quella che quando era giovane ci è cascata pure lei nella trappola del “non mollare mai”.
Puoi mollare, Paolé. Non devi per forza essere stoico. Non devi mostrarti resiliente per forza. Non devi diventare la storia edificante di nessuno.
Puoi mollare questa società che ti chiama in eurovisione a raccontare il tuo dolore solo per sentirsi meglio.
Puoi essere incazzato (a proposito…) con la vita e con chi ti ha aggredito.
Puoi pure non perdonare nessuno. Poi oh, se davvero li hai perdonati e sei l’emblema della misericordia, chapeau.
Ma ricordati che — come canta il mio amato Niccolò Fabi, che non a caso a Sanremo non si vede da una vita — alla fine vince chi molla.
Qui non è in discussione la tua forza. Il problema non è quanto resisti, o non resiti, tu. Il problema è il mondo che ti guarda.
Questa non è rappresentazione. È paternalismo in prima serata. È abilismo confezionato con luci di scena e orchestra. È la comfort zone di chi racconta la disabilità senza ascoltarla.
E fa male, perché Sanremo non è un palco qualsiasi.
È il luogo dove l’Italia decide cosa celebrare, cosa normalizzare, cosa applaudire. Se lì la disabilità è ancora pietismo, eroismo o tragedia, allora stiamo solo raccontando quanto siamo indietro.
Io non voglio più vedere persone disabili usate come metafore motivazionali.
Non voglio più storie raccontate su di loro invece che da loro.
Non voglio più quella narrazione che serve a tranquillizzare chi non vive quelle vite.
Voglio complessità. Voglio voce. Voglio valore. Voglio diritti.
Non serve commuoversi. Serve cambiare sguardo.
E finché questo non succede, Sanremo non starà valorizzando niente e nessuno: starà solo continuando a raccontarsela.
E francamente, CHE FASTIDIO!


