EXTRA: Appunti di una serata di confronto e consapevolezza.
Se non cambiamo le parole, la realtà non cambia.

C’è una domanda che torna quasi sempre quando si affrontano i temi dell’accessibilità e dell’abilismo, ed è emersa con forza anche ieri sera, durante l’ incontro che ho guidato per il collettivo Le Zittelle-artigianə di libertà consapevole. È una domanda onesta, che spesso nasconde un po’ di insofferenza verso quello che definiamo “politicamente corretto”: ma il linguaggio è davvero così importante? Non contano di più i fatti, le rampe, le azioni concrete?
Inizialmente può sembrare una distinzione sensata. Da persona disabile e Disability Manager, so bene che una parola gentile non aiuta a superare un gradino se manca la pedana. Eppure, più approfondisco queste tematiche e le incrocio con la mia esperienza diretta, più mi rendo conto che questa separazione tra “dire” e “fare” è illusoria. Il linguaggio non è un accessorio decorativo della realtà; ne è l’infrastruttura invisibile.
Durante la serata ci siamo chieste se abbia davvero senso che la proposta di matrimonio di una donna disabile diventi una notizia di cronaca. Se quel momento di vita privata finisce sui giornali, non è per celebrare l’amore, ma perché facciamo ancora fatica a considerare “normale” che un corpo non conforme possa amare ed essere amato. In quel titolo di giornale c’è lo specchio di uno sguardo che ci vede ancora come eccezioni, mai come persone.
Questo sguardo distorto è lo stesso che ci porta a non vedere chi abbiamo davanti. È quello che accade quando si regala un orologio da polso a un atleta senza braccia durante una premiazione: non è cattiveria, è il segno di un mondo progettato su un unico modello di corpo, talmente standardizzato che non ci si accorge nemmeno dell’assurdità del gesto.
E quando questo “dare per scontato” incontra la rabbia, l’esito è infausto. Lo abbiamo visto nel caso del cantante che, dal palco, ha insultato pesantemente una spettatrice che faceva rumore, senza rendersi conto che quei suoni erano l’unico modo che quella persona aveva per partecipare all’evento. In quel momento, l’abilismo si è manifestato nella presunzione che ogni mente debba reggere, che ogni corpo debba sapersi adeguare alle regole sociali. Se non ti adegui, sei un disturbo.
Ieri non sono emerse risposte definitive. E va bene così. Mi auguro che la serata abbia lasciato un po’ più di consapevolezza su quante cose diamo per scontato e sulla nostra responsabilità nel modo in cui raccontiamo le persone.
Il linguaggio è un’azione concreta. Dice chi ha diritto di cittadinanza nei nostri pensieri e chi invece è solo un ospite di cui avere cura finché non disturba. Se non cambiamo le parole con cui pensiamo alla disabilità, continueremo a fare azioni “gentili” dentro strutture che restano escludenti.
Ilaria Crippi, autrice di “Lo spazio non è neutro”, ci aiuterà a riflettere ulteriormente su questo tema, nel prossimo appuntamento del collettivo, mercoledì 28 gennaio. Sarà un’altra occasione per non rimanere in silenzio. Il motto che ha portato alla nascita del collettivo è un invito che sento mio: non stare zitte, non stare zitti. Continuare a dare un nome a ciò che vediamo e ai luoghi che attraversiamo è il primo passo per costruire uno spazio che sia, finalmente, universale.

