C’è chi nel cassetto tiene i sogni, io ci tenevo due tesi: una in Giurisprudenza prossima ai 10 anni di vita e una di Master in Disability Management che di anni ne ha già quasi 5. Ho deciso di rispolverarle e provare a tradurre il legalese in pillole pop, veloci e pratiche. Zero teoria dall'alto, ma spunti reali e riflessioni personali per mettere al centro il diritto di abitare lo spazio lavorativo alle proprie condizioni.
Parliamo di accomodamenti ragionevoli, tema che nel disability management rappresenta un vero e proprio pilastro operativo e giuridico.
Tutto parte dall’articolo 5 della Direttiva europea 2000/78, che impone ai datori di lavoro di adottare soluzioni concrete e su misura per consentire alle persone con disabilità di accedere all’impiego, svolgerlo, fare carriera o formarsi, con il solo limite che tali interventi non comportino un onere finanziario sproporzionato.
Il Considerando 20 della direttiva e la successiva Convenzione ONU del 2006 chiariscono che si tratta di sistemare i locali, adattare le attrezzature, rivedere i ritmi o le mansioni e fornire supporto specifico, superando la logica dei semplici adattamenti organizzativi previsti ad esempio dalla nostra legge 68 del 1999.
Quando l’Italia ha recepito la direttiva con il decreto legislativo 216 del 2003, ha però commesso un errore fondamentale, evitando di sancire un vero obbligo di adattamento a carico dei datori di lavoro. A nulla sono servite le difese dello Stato italiano dinanzi alla Commissione europea, basate sull’esistenza della legge 104 del 1992 o della legge 68 del 1999, poiché quest’ultima non copriva la totalità dei lavoratori né tutte le tipologie di aziende e puntava su incentivi pubblici piuttosto che su una responsabilità diretta dell’azienda.
Il 4 luglio 2013 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha quindi condannato l’Italia per non aver recepito correttamente la direttiva. Per correre ai ripari, il legislatore italiano è dovuto intervenire con il decreto-legge 76 del 2013, imponendo finalmente a datori pubblici e privati l’obbligo di adottare questi accomodamenti ragionevoli.
In sintesi, l’accomodamento ragionevole non è una gentile concessione aziendale, bensì un dovere preciso per garantire una reale inclusione.
La tua azienda ha mai adottato accomodamenti ragionevoli? Hai voglia di condividere la tua esperienza?


