«Alla me stessa educata a non mollare mai, che ha imparato che vince chi molla».
È questa la dedica che mi sono fatta alla fine del laboratorio organizzato da SessFem Bergamo e dal collettivo Le Zittelle. Non una consapevolezza nata in un solo pomeriggio, ma il frutto di un lungo percorso di analisi e di confronti preziosi.
Scrivere mi serve a questo: a fissare ciò che ho compreso e a trasformarlo in azione.
Sono cresciuta con l’idea che cedere non fosse un’opzione. Fin da piccola ho vissuto un po’ alla “viscontessa dimezzata”:1 da un lato la Chiara che deve dimostrare di essere più forte, tenace e brava degli altri per compensare un punto di partenza diverso, che la società ti porta a percepire come svantaggio; dall’altro la Chiara che, proprio percependo quello svantaggio, sente la pressione costante di dover essere una presenza comoda, leggera, mai di peso.
Per molto tempo ho creduto che essere sempre disponibile e accomodante con tutti fosse una virtù, una forma di generosità. Ci ho messo anni a capire che era solo un meccanismo di difesa.
Quando ti percepisci come un ingombro, finisci per trattare i tuoi desideri come qualcosa di superfluo. Pensavo: “Se pretendo poco e do tanto, non sarò un carico per nessuno”.
Applicata alle relazioni e alla vita di tutti i giorni, la retorica del “non mollare mai” è una trappola feroce: significa non rispettare i propri limiti, continuare a incassare, dire sempre di sì.
Poi ho capito che “vince chi molla”.2
Io sento di aver vinto quando ho smesso di scegliere il silenzio, troppo spesso scambiato per gentilezza, e ho iniziato a far sentire la mia voce: non per difendermi o giustificarmi, ma per reclamare il mio spazio naturale nel mondo.
Ma ancor più sento di aver vinto quando ho capito che lasciare andare non è un atto di resa, ma il primo fondamentale passo per raggiungere la realizzazione personale. Vince chi molla l’obbligo di compiacere, chi molla la paura di deludere e l’illusione che il proprio valore dipenda dall’approvazione altrui. Vince chi smette di chiedere il permesso di esistere e inizia ad affermare ciò di cui ha bisogno per fiorire. Vince chi capisce che un “no” detto agli altri è, prima di tutto, un “sì” detto a se stesse, ai propri progetti e alla propria realizzazione.
Io sto ancora imparando a mollare, a dare spazio ai miei “no” senza chiedere scusa. Rompere l’automatismo di una vita costa fatica, ma è l’unico modo che conosco per smettere di vivere nell’ombra di una personalità che, per fortuna, non mi appartiene più.
A settembre ho letto:
Noi, bambine ad Auschwitz - A. Bucci, T. Bucci ⭐️⭐️
Il mostruoso femminile - J.E.S. Doyle ⭐️⭐️
Ragazza, donna, altro - B. Evaristo ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️
“Il Visconte dimezzato” - I. Calvino (1952)



Chiara, ne abbiamo parlato tante volte in privato: a volte ci vuole più coraggio per mollare che per rimanere ancorate ai luoghi, alle convinzioni e alle situazioni che non fanno per noi. Sono con te 💗
(ma non conosco la canzone di Fabi, shame on me!)
Sapere dire di no e’ una importante forma di rispetto verso se stessi. Un caro saluto. p.s. scrivi sempre benissimo 😉